Argomenti trattati
Il tema del divario retributivo rimane uno degli indicatori principali delle disuguaglianze nel mondo del lavoro. Per gender pay gap si intende la differenza media tra le retribuzioni percepite dagli uomini e quelle percepite dalle donne, un elemento che fotografa non soltanto stipendi ma anche percorsi professionali e opportunità. Comprendere le cifre e le cause alla base di questo fenomeno è essenziale per elaborare politiche efficaci e per promuovere una maggiore equità nel mercato del lavoro.
Il Rapporto AlmaLaurea 2026 mostra come il divario emerga già nei primi anni dopo la laurea e tenda a consolidarsi con il tempo. I dati raccolti sui laureati a cinque anni dal titolo offrono un quadro dettagliato delle differenze salariali, delle tipologie contrattuali e della distribuzione per aree disciplinari, elementi che aiutano a comprendere perché, a parità di titolo di studio, le retribuzioni femminili restino generalmente inferiori.
Dati salienti sulle retribuzioni a cinque anni dalla laurea
Il report evidenzia numeri puntuali: tra i laureati di primo livello le donne percepiscono in media 1.686 euro netti al mese, mentre gli uomini arrivano a 1.935 euro; per i laureati magistrali la media è di 1.722 euro per le donne contro 2.012 euro per gli uomini. Questo scarto medio corrisponde a circa un 15% di differenza a favore dei colleghi maschili, tradotto anche in una perdita economica di circa 250-300 euro al mese per le laureate, a parità di titolo accademico.
Contratti e posizioni lavorative
Il divario non deriva solo dalla paga base: pesa anche la tipologia di contratto e la presenza nei ruoli apicali. A cinque anni dalla laurea, il 57,8% degli uomini ha un contratto a tempo indeterminato, mentre la quota scende al 52,1% tra le donne. Inoltre, gli uomini risultano più presenti in professioni riconosciute come di livello elevato e meglio retribuite, fattore che contribuisce ad amplificare la differenza salariale pur in presenza degli stessi requisiti formativi.
Il ruolo delle discipline di studio e la segregazione formativa
La scelta del corso di studi incide sulla successiva carriera: le donne sono quasi il 60% dei laureati complessivi, si laureano nei tempi previsti e ottengono spesso voti più alti, ma tendono a concentrarsi in settori differenti rispetto agli uomini. La segregazione formativa è evidente quando si guardano ambiti come l’educazione, dove la presenza femminile supera il 95%, mentre in percorsi tecnici la partecipazione femminile rimane più contenuta, con effetti diretti sui livelli salariali medi.
STEM: più laureate ma divari persistenti
Le discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) raccolgono circa il 41,1% di laureati donne, una quota che però non è cresciuta significativamente. Anche in questi ambiti tecnici il gender pay gap si manifesta: le donne STEM possono sperimentare retribuzioni inferiori e tassi di disoccupazione femminile più elevati rispetto agli uomini, dimostrando che la scelta di un percorso tecnico-scientifico non basta a cancellare automaticamente le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro.
Maternità, conciliazione e strumenti per ridurre il divario
Un elemento che incide in modo marcato è la maternità: il report segnala che lo svantaggio retributivo femminile può superare il 30% in presenza di figli. Le cause includono maggiori difficoltà nella conciliazione, ricorso più diffuso al part-time e interruzioni o rallentamenti della carriera, tutte dinamiche che penalizzano la progressione salariale nel lungo periodo. Per contrastare queste tendenze sono stati introdotti strumenti normativi volti alla trasparenza retributiva e alla promozione della parità; tra questi si cita il decreto legislativo di recepimento della direttiva europea 2026/970, approvato in esame preliminare dal Consiglio dei Ministri nel febbraio 2026.
Ridurre il gender pay gap significa valorizzare il capitale umano e migliorare il funzionamento del mercato del lavoro. Le evidenze del Rapporto AlmaLaurea 2026 mostrano che il percorso verso la piena parità retributiva è ancora aperto: richiede politiche mirate, trasparenza nelle retribuzioni, sostegno alla conciliazione e interventi sulla segregazione formativa. Solo così sarà possibile trasformare i risultati accademici delle donne in opportunità professionali eque e sostenibili nel tempo.

