Nel panorama globale della conservazione, migliaia di donne si dedicano ogni giorno a proteggere gli ecosistemi. Una di queste è Manon Mispiratceguy, assistente di programma per Purposefully Lost nella riserva naturale di Ndlovumzi, una tenuta faunistica di 1.000 ettari situata in Sudafrica. La sua esperienza offre spunti preziosi su come sia possibile conciliare la tutela della fauna selvatica con le esigenze delle comunità locali.
Manon è cresciuta tra le savane dell’Africa orientale, dove ha potuto osservare da vicino sia la magnificenza della natura intatta sia le minacce crescenti: bracconaggio, deforestazione, appropriazione indebita di terreni e inquinamento. Queste esperienze hanno plasmato la sua determinazione a non restare a guardare, spingendola a percorrere una strada non sempre lineare, ma sempre guidata dalla convinzione che la conservazione sostenibile debba includere le persone che vivono nei pressi delle aree protette.
Il percorso accademico e professionale di Manon Mispiratceguy
Durante gli studi triennazionali, Manon ha svolto tirocini estivi in diversi contesti: dal ruolo di custode in uno zoo alla gestione di volontari in Islanda, fino a un’esperienza di ricerca in un laboratorio di biologia comportamentale universitario. La sua tesi di laurea triennale si è focalizzata sul condizionamento degli squali bianchi in prossimità delle barche da immersione in Sudafrica, un progetto che ha richiesto pianificazione sul campo e una profonda comprensione del comportamento animale.
Dai grandi squali alla valutazione dei servizi ecosistemici
Il desiderio di superare i limiti di un approccio tradizionale l’ha condotta a un master multidisciplinare in Gestione dell’ambiente e delle risorse presso la Vrije Universiteit di Amsterdam. Qui ha integrato le conoscenze di economia, governance e politiche ambientali, concentrandosi sulla valutazione dei servizi ecosistemici e della biodiversità. Il progetto di tesi magistrale, svolto nei pressi del Parco nazionale dei Vulcani in Ruanda, ha evidenziato come le percezioni degli agricoltori sul danno arrecato dalla fauna varino in base a condizioni socio-economiche, conoscenza ambientale e benefici derivanti dal turismo.
Le sfide di genere nella conservazione
Manon racconta che, in alcuni contesti tradizionali, le donne affrontano ostacoli aggiuntivi: la voce femminile è spesso sottovalutata e i datori di lavoro possono preferire candidati maschili per ruoli di supervisione. Un episodio particolarmente significativo è avvenuto durante un colloquio, quando il responsabile ha sottolineato che un uomo avrebbe avuto “un vantaggio evidente” nella gestione di una squadra locale composta interamente da uomini, nonostante le pari qualifiche.
Tuttavia, l’esperienza con cooperative femminili in Africa orientale ha dimostrato che la presenza di donne può facilitare la fiducia reciproca e migliorare l’efficacia delle attività di conservazione. Manon sottolinea che la diversità di genere è una risorsa fondamentale per affrontare il conflitto uomo-fauna, poiché porta prospettive diverse nella ricerca di soluzioni condivise.
Consigli per le giovani donne che aspirano alla conservazione
Secondo Manon, la chiave del successo è la tenacia. Molti abbandonano il percorso per motivi economici o per frustrazione, ma chi persiste riesce a trasformare la passione in impatto reale. “Non importa quanti lavori temporanei debbano sostenere gli studi, né le voci critiche che ti dicono di abbassare la testa”, afferma. Consiglia di definire con chiarezza gli obiettivi, di cercare esperienze pratiche – anche in ruoli meno prestigiosi – e di non temere di cambiare direzione se il percorso intrapreso non rispecchia le proprie aspirazioni.
Infine, Manon ricorda che la conservazione è un campo di grigio, dove non esistono soluzioni universali. La sfida più stimolante è proprio questa complessità, che richiede dialogo continuo tra ricercatori, professionisti e decisori politici per ridurre al minimo i compromessi e costruire una coesistenza più pacifica tra uomo e natura.



