Perché il «figlio di» segue sempre l’artista: riflessioni sul pregiudizio mediatico

Una riflessione sul modo in cui l'etichetta «figlio di» influenza il giudizio sul lavoro di artisti emergenti e su come ascoltare senza pregiudizi

La genealogia nell’identità artistica

Tredici Pietro viene spesso raccontato più come “figlio di” che come artista a sé. Nei media la biografia familiare tende a prendere il posto del percorso creativo, una dinamica che non riguarda solo la musica ma attraversa cinema, sport e arti visive. Ridurre un talento a un’origine ereditaria rischia di soffocare la conversazione sull’opera stessa.

Quando la parentela diventa il punto di partenza

Nei titoli e nelle didascalie la parentela funziona come scorciatoia: offre subito un contesto, ma lo trasforma in un filtro interpretativo. Si crea così l’illusione di una continuità automatica — un passaggio di testimone scontato che spiega successi e insuccessi prima ancora di ascoltare. Il risultato? Il pubblico si forma un’opinione già orientata, e il giudizio sull’opera viene spesso scalzato dalla narrativa familiare.

Confronti costanti e stereotipi

Sottolineare il legame con una figura nota porta inevitabilmente al confronto. Ogni canzone o esibizione diventa materiale per misurare il giovane artista rispetto al parente celebre, invece che per apprezzarne la voce propria. Questo genere di attenzione alimenta etichette e stereotipi: si preferisce l’emozione del paragone alla fatica di un’analisi tecnica e puntuale. Così la discussione pubblica si impoverisce, perdendo sfumature e letture alternative.

Un vantaggio che pesa

Essere figlio o figlia di qualcuno famoso apre porte reali: accesso a contatti, opportunità e risorse che accelerano i percorsi professionali. Ma ogni risultato positivo viene spesso derubricato a “aiuto” o “raccomandazione”, mentre ogni passo falso diventa prova di incompetenza. La pressione mediatica, in questo senso, è una costante che plasma reputazione e carriera: visibilità sì, ma a volte a prezzo di una valutazione iniqua.

Nome d’arte e strategie di differenziazione

Molti scelgono un nome d’arte proprio per staccarsi dall’ascendenza e chiedere al pubblico di giudicare l’opera senza filtri familiari. È una mossa pratica e simbolica: separa il brand personale dalla storia parentale e può forzare i media a concentrarsi sui contenuti. Allo stesso tempo, le redazioni continuano spesso a preferire l’etichetta “figlio di”, sia perché facilita l’engagement sia perché è una narrativa già pronta.

Quel che osserva Marco Santini — con esperienza in Deutsche Bank e nell’analisi dei mercati culturali — è che la visibilità non basta a garantire la sostenibilità di una carriera. Senza una solida due diligence professionale, l’attenzione mediatica rischia di essere effimera.

Ascoltare senza pregiudizi: pratiche concrete

È possibile ridurre le distorsioni: servono metodi semplici e ripetibili per separare biografia e giudizio estetico. Un ascolto strutturato, ad esempio, aiuta a concentrarsi su timbrica, arrangiamento, testi e coerenza stilistica prima di considerare il contesto personale. Questo non cancella le informazioni biografiche, ma le rimette al loro posto: come dati di contesto, non come lente interpretativa unica.

Suggerimenti per media e pubblico

  • – Per i giornalisti: riportare la parentela come elemento contestuale, dopo aver affrontato la musica in sé (arrangiamento, testi, performance). In questo modo si tutela l’autonomia del giudizio critico.
  • Per gli ascoltatori: ascoltare più volte, isolare aspetti tecnici e narrativi del brano, e chiedersi quali criteri si stanno usando per valutare.
  • Per le redazioni: adottare linee guida che distinguano chiaramente tra informazione biografica e valutazione estetica, e segnalare quando un bias cognitivo potrebbe influenzare la recensione.

Il nome che resta

L’etichetta “figlio di” agisce spesso come un preconcetto che semplifica e distorce. Per restituire spazio all’opera, serve che chi recensisce applichi criteri espliciti e misurabili: qualità, coerenza, originalità. Così si limita il peso dei riferimenti anagrafici e si favorisce un giudizio più equo.

Per l’artista, la sfida rimane quella di costruire una traiettoria riconoscibile: una produzione coerente che finisca per parlare col proprio nome. Per le redazioni, la responsabilità è chiara: dare al lettore gli elementi rilevanti senza trasformare la parentela nella storia principale. Solo così il dibattito pubblico può tornare a essere più ricco, meno scontato e — soprattutto — più attento alla musica.

Scritto da Marco Santini

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