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22 Settembre 2026

Studio sugli appuntamenti psicologici: video batte telefono e presenza

Il video sembra favorire la costanza delle sedute, ma l'intelligenza artificiale può dare false sicurezze: ecco cosa dicono i dati recenti.

Studio sugli appuntamenti psicologici: video batte telefono e presenza

Negli ultimi anni la telemedicina ha rivoluzionato l’accesso alle cure psicologiche. Un ampio studio condotto su quasi un milione di pazienti veterani negli Stati Uniti ha confrontato tre modalità di appuntamento: videoconferenza, telefonata e incontro in presenza. I risultati evidenziano differenze misurabili nella continuità delle sedute e, in misura minore, sugli esiti clinici.

Videoconsulenza: il piccolo vantaggio che può fare la differenza

Tra i partecipanti, il 42,2% ha usufruito prevalentemente di videoconsulenze. Questo gruppo ha completato il 71,1% degli appuntamenti programmati, contro il 68% di chi ha preferito la visita tradizionale e il 68,4% dei pazienti che hanno scelto il telefono. Dopo aver corretto per fattori demografici e clinici, il vantaggio è rimasto intorno a quattro punti percentuali. Seppur apparentemente modesto, su scala di centinaia di migliaia di utenti il beneficio si traduce in migliaia di sedute effettivamente svolte.

Perché il volto conta

Il video mantiene una parte delle informazioni tipiche dell’incontro faccia a faccia: espressioni facciali, linguaggio corporeo e piccoli segni di cura di sé rimangono visibili. Questo arricchisce la valutazione clinica e aumenta la percezione di vicinanza da parte del paziente, riducendo al contempo i costi legati a spostamenti, traffico e assenze dal lavoro.

Rischi e limiti: telefono, presenza e intelligenza artificiale

Il 20,3% dei soggetti ha optato per il telefono. Questa modalità richiede solo una rete telefonica stabile e garantisce privacy anche in ambienti domestici poco adatti al video. È, però, priva di segnali non verbali, il che può limitare la capacità di riconoscere segnali di allarme. Le visite in presenza restano indispensabili quando è necessaria una valutazione più approfondita o quando il paziente manifesta rischi immediati.

Un altro fenomeno emergente è l’uso crescente di chatbot basati su intelligenza artificiale per ottenere supporto emotivo. Sebbene possano offrire risposte immediate, cinque meccanismi di rischio sono stati identificati: ritardo nella ricerca di aiuto specialistico, ricerca ossessiva di rassicurazione, isolamento sociale, consolidamento di convinzioni distorte e dipendenza decisionale dall’AI. Il pericolo principale è l’illusione di cura dove l’utente crede di aver ricevuto un intervento valido senza supervisione professionale.

Chi è più vulnerabile

Le indagini nazionali su quasi 6.000 psicologi italiani hanno rivelato che più della metà dei professionisti ha in cura pazienti che ricorrono già ai chatbot. Quattro su cinque segnalano l’autodiagnosi e la falsa sensazione di sicurezza come i maggiori pericoli. Il problema si accentua per i giovani, per chi vive in aree urbane con buona connessione e per chi ha redditi più alti, poiché sono più propensi a sperimentare soluzioni digitali senza adeguata supervisione.

Il video appare come la via di mezzo più efficace, ma non può sostituire completamente né il telefono né la presenza quando le circostanze lo richiedono. Allo stesso tempo, l’adozione indiscriminata di chatbot AI senza guida professionale rischia di amplificare i sintomi invece di alleviarli. La sfida per il futuro è sviluppare un modello ibrido che combini la flessibilità del digitale con il rigoroso controllo umano, evitando così nuove forme di disuguaglianza e illusione.

Autore

Matteo Pellegrino

Matteo Pellegrino ha organizzato una sfilata pop-up nei vicoli del Quartieri Spagnoli per promuovere giovani designer; è editorialista moda che cura rubriche su artigianato e tendenze locali. Nato a Napoli, conserva bozze di pattern e appunti presi nelle sartorie di via Toledo.