Otto anni dopo la scomparsa di David Bowie, la sua immagine continua a riemergere in mostre, ristampe e colonne di moda. L’ultimo grande omaggio a Napoli, “David Bowie – The Passenger”, raccoglie cinquanta scatti e oggetti originali che testimoniano il suo incessante mutare di identità. Parallelamente, il documentario Moonage Daydream ha riportato il pubblico entro la vita privata e scenica dell’artista, confermando che il suo impatto è ancora vivo e vibrante.
Il make-up è stato per Bowie più di un semplice strumento di abbellimento: era un linguaggio visivo capace di tradurre concetti musicali in forme tangibili. Le sue scelte estetiche si sono radicate in pratiche non convenzionali, dalla piccola bottega romana dove acquistava polveri neon alle tecniche provenienti dal teatro giapponese Kabuki, creando un’estetica che ha ridefinito il confine tra musica e performance visiva.
Il make-up come strumento di reinvenzione
Negli anni ’70, Bowie frequentava un negozio discretamente anonimo a Roma, dove si approvvigionava di polveri fluorescenti e kajal indiano. Applicava colore vivace alle ciglia con mascara nero o blu, cancellando deliberatamente le sopracciglia per ottenere un volto privo di punti di riferimento. Questa sperimentazione cromatica era legata al desiderio di cancellare la propria identità precedente, aprendo la strada a nuove incarnazioni artistiche.
Le radici teatrali giapponesi
Una delle fonti più influenti per il suo aspetto era il teatro Kabuki. Studiando le tecniche del maestro Bando Tamasaburo, Bowie adottò il viso bianco di riso, simbolo di purezza giovanile, e aggiunse soltanto una striscia di rosso su labbra e occhi. La polvere di riso giapponese donava alla pelle un effetto quasi etereo, mentre l’uso della celebre Eight Hour Cream di Elizabeth Arden su palpebre e labbra creava un contrasto luminoso, quasi stroboscopico.
Ziggy Stardust: il volto alieno che ha preso vita
Nel 1972 l’alter ego Ziggy Stardust fece la sua comparsa, portando con sé un mullet rosso fuoco e un fulmine cremisi-blu che attraversava il volto. Il simbolo, progettato da Brian Duffy e perfezionato dall’artista aerografo Philip Castle, divise il viso in due parti, ribattezzando la scissione psicologica del protagonista. La copertina di Aladdin Sane immortalò questo look, con gli occhi socchiusi e la lacrima colorata posizionata sulla clavicola, enfatizzando l’assenza delle sopracciglia e conferendo al personaggio un’aura di mistero extraterrestre.
L’eredità culturale del simbolo
Il fulmine di Ziggy è diventato un motivo iconico riconoscibile a livello globale, citato e riproposto in campagne di moda, design e persino in loghi musicali. L’effetto visivo ha dimostrato come il trucco possa fungere da riff musicale, ripetibile e riconoscibile in contesti diversi. La scelta del colore rosso per i capelli ha infranto i codici rock tradizionali, mentre la freddezza del Thin White Duke ha mostrato la capacità di Bowie di passare dal caos all’ordine estetico, influenzando le tendenze maschili contemporanee.



