L’ intelligenza artificiale è ormai al centro di dibattiti che vanno dalla difesa nazionale alle piattaforme social. In pochi anni ha assunto ruoli diversi: da supporto logistico a vero e proprio mezzo di pressione psicologica, passando per la creazione di scenari fittizi che paiono reali. Il fenomeno si è accentuato con la diffusione di algoritmi capaci di generare immagini e video iperrealistici, noti come deep-fake, e con l’impiego di droni autonomi in teatri di guerra.
Questa duplice natura – distruttiva e potenzialmente pacifica – è al cuore di tre recenti approfondimenti: il documentario “Naza” che espone l’uso dell’IA da parte dell’esercito israeliano, le campagne di disinformazione legate alla crisi di Gaza durante la presidenza di Donald Trump, e il nuovo libro di Marco Bacini, “La guerra post-umana”, che analizza responsabilità e limiti dei sistemi d’arma autonomi.
Il film Naza: IA al servizio della violenza militare
Il documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, intitolato “Naza”, denuncia come l’ intelligenza artificiale sia impiegata per ottimizzare operazioni di genocidio. Le sequenze mostrano algoritmi di sorveglianza, analisi predittiva dei movimenti civili e sistemi di targeting satellitare, tutti integrati in una rete di decisione rapida che riduce il margine di errore umano. Secondo le testimonianze raccolte, gli strumenti di machine learning vengono addestrati su dati biometrici della popolazione palestinese, creando profili dettagliati che guidano gli attacchi.
Dual-use e la copertura civile
Nei convegni internazionali si parla spesso di dual-use, ovvero la presunta capacità di un’una tecnologia di servire sia scopi civili che militari. In pratica, però, le versioni civili fungono da banco di prova per le varianti belliche, dove le aziende del Big Tech acquisiscono contratti militari sofisticati. Il risultato è una militarizzazione dell’IA che si traduce in un vantaggio strategico per chi controlla i dati e le piattaforme di calcolo.
Propaganda digitale: i deep-fake di Trump sulla Gaza trasformata in resort
Durante la seconda presidenza di Donald Trump, le campagne di informazione hanno sfruttato al massimo le potenzialità dei deep-fake. Un video particolarmente virale mostrava la Striscia di Gaza ricreata come un lussuoso resort firmato Trump, con spiagge artificiali e strutture da vacanza. Il montage, realizzato con software di generazione di immagini, è stato ampiamente condiviso sui social, creando una realtà fittizia accettata da una parte dell’audienza.
Il ruolo dei bot e della disinformazione
Analisi indipendenti hanno rilevato un network di account automatizzati – i cosiddetti bot – che ha amplificato il contenuto, facendo apparire il video come testimonianza reale. Questa strategia ha l’effetto di banalizzare un conflitto, trasformandolo in uno spettacolo mediatico dove “eroi” e “cattivi” sono definiti da chi controlla le piattaforme. Il risultato è una normalizzazione della violenza attraverso la finzione, che indebolisce la capacità dei cittadini di distinguere tra informazioni verificabili e narrazioni costruite.
Marco Bacini e la guerra post-umana: droni, algoritmi e responsabilità
Nel suo ultimo libro, “La guerra post-umana”, Marco Bacini esamina come droni, robotica e algoritmi stiano ridefinendo le operazioni militari. Il testo parte dall’analisi del conflitto russo-ucraino, dove l’uso di sistemi senza equipaggio è diventato quotidiano, e si spinge verso scenari futuri al 2030, includendo architetture digitali collaborative e logistiche complesse.
Controllo umano e diritto internazionale
Bacini sottolinea la necessità di una supervisione umana costante su sistemi d’arma autonomi, evidenziando le lacune tra la rapidità decisionale degli algoritmi e le garanzie offerte dal diritto internazionale umanitario. Il volume mette in luce i pericoli di affidarsi esclusivamente a machine learning per la valutazione dei target, poiché errori di classificazione potrebbero sfociare in violazioni dei diritti umani senza un responsabile chiaro.
L’ecosistema dell’ intelligenza artificiale si sta trasformando da mero supporto tecnico a elemento chiave di conflitto, propaganda e governance. La sfida per le società democratiche è duplice: da un lato, contenere l’uso bellico delle tecnologie, dall’altro, promuovere una riconversione pacifica che limiti la concentrazione del potere nelle mani di pochi oligarchi tecnologici.



