La maternità ha sempre oscillato tra simbolo di cura silenziosa e fonte di tensioni politiche. Nei primi decenni del femminismo pensatori come Simone de Beauvoir e Shulamith Firestone denunciarono il ruolo tradizionale della madre come gabbia biologica, sostenendo che l’emancipazione femminile richiedesse una rottura con questo modello. Tuttavia, la negazione totale ha lasciato un vuoto teorico: cosa rimane quando la maternità non è più vista soltanto come ostacolo, ma come potenziale agente di cambiamento? Tre recenti analisi – un saggio attivista, una cronaca dei media e uno studio storico – offrono risposte diverse, mostrando come la figura materna possa diventare centrale in lotte sociali, essere marginalizzata da un discorso pubblico e persino nascondersi in immagini del passato.
Maternità come leva politica: il percorso di Fatima Ouassak
Fatima Ouassak, politologa e attivista ecologista francese, ha ridato voce alla maternità trasformandola in un vero e proprio soggetto politico. Nel suo libro, la madre non è più considerata una semplice custode domestica, ma una “creatura draconica” pronta a difendere i propri figli da un sistema basato su razzismo, classismo e neoliberalismo. Ouassak ha co-fondato il Front de mères, un sindacato che organizza le madri dei quartieri popolari per reclamare diritti concreti, dalla scelta alimentare nelle mense scolastiche alla pulizia dell’aria nei cortili. La sua tesi centrale è che politicizzare l’esperienza materna sia un atto di sovversione capace di smantellare l’immaginario dominante che relegava le donne al lavoro di cura invisibile.
Il Front de mères e la difesa dei quartieri popolari
Le azioni del Front de mères hanno preso forma in proteste contro la mancanza di opzioni vegetariane nelle mense, non per motivi religiosi ma per garantire a bambini e bambine una nutrizione sana e dignitosa. Parallelamente, le mamme hanno denunciato l’inquinamento atmosferico delle zone periferiche, collegando la salute dei loro figli a una più ampia lotta ecologica. In un’intervista, Ouassak ha ricordato le ostetriche che le imponevano pratiche “infantilizzanti” e il sistema sanitario che delegava ai professionisti la decisione sul destino dei piccoli, lasciandola “solo una madre che allatta”. Questa testimonianza evidenzia come la cura diventi strumento di resistenza quando le donne la riconquistano come potere collettivo.
Il doppio standard dei media italiani sulla violenza domestica
In Italia, le cronache spesso riducono a “lite” i casi di violenza scatenati da donne, minimizzando l’impatto emotivo e fisico sulle vittime. Quando un padre è costretto a fuggire con i figli per sfuggire a minacce, la stampa lo dipinge come un’emergenza drammatica, ricorrendo a titoli sensazionalistici e a servizi televisivi in prima serata. Al contrario, le aggressioni protagonizzate da madri vengono trattate con toni più leggeri, definendole “momenti di stress” o “episodi di psicofisica alterata”. Questo schema narrativa de-valorizza la violenza femminile, alimentando l’idea della “madre sacra” e lasciando i padri e i figli immersi in una realtà di insicurezza non adeguatamente rappresentata.
Il caso del padre costretto a fuggire: un esempio di silenzio giornalistico
Un episodio recente ha visto un uomo scappare da casa con i propri figli dopo aver ricevuto minacce da parte della compagna. Le forze dell’ordine sono intervenute, ma i giornali hanno limitato la copertura a brevi riferimenti, senza approfondire le dinamiche di potere domestico. Nessun intervento giornalistico ha richiesto l’installazione di telecamere di sicurezza nelle aule scolastiche o negli spazi pubblici, nonostante esistano precedenti di protezione in altri contesti (come i supermercati). Questo silenzio è sintomo di un più ampio “copione” mediatico che, ogni volta che la violenza è perpetrata da una donna, sceglie di attenuare il racconto, perpetuando lo stigma della “madre violenta” come eccezione piuttosto che come problema strutturale.
Le madri invisibili nella fotografia vittoriana
Nel XIX secolo, i fotografi dell’era vittoriana adottarono una tecnica chiamata “hidden mother” per ritrarre neonati in pose autonome. Una donna si nascondeva dietro un drappo scuro o si posizionava fuori campo, sostenendo il bambino senza comparire nello scatto finale. Questa pratica, sebbene nascosta, testimonia una dedizione assoluta delle madri, costrette a sacrificare la propria visibilità pur restando l’ancora fisica del figlio. Le immagini risultanti mostrano bambini apparentemente soli, ma il loro equilibrio dipendeva da un supporto invisibile, metafora della condizione femminile dell’epoca: presenza essenziale ma socialmente cancellata.
Leggendo queste tre prospettive – l’attivismo di Ouassak, il discorso mediatico sulla violenza domestica e le “madri nascoste” della fotografia – emerge un filo conduttore: la maternità è continuamente rimodellata dal potere, dal silenziamento o dalla celebrazione. Riconoscere la politicità della madre significa sfidare gli stereotipi, dare voce alle esperienze marginalizzate e ricordare che dietro ogni immagine apparentemente “sola” c’è sempre una madre, visibile o no, pronta a difendere il futuro.



