Il 15 ottobre 2026, nella storica chiesa di Faenza-Modigliana, il vescovo Giovanni ha invitato i sacerdoti della diocesi di Imola a un incontro dedicato alla riflessione sulla vocazione presbiterale. L’obiettivo era duplice: approfondire la gioia intrinseca del sacerdozio alla luce della Lettera apostolica di Leone XIV e aprire uno spazio di dialogo sul futuro del ministero pastorale.
Il medesimo giorno, a Milano, l’Università Cattolica ha ospitato il seminario «Per una cultura della prevenzione», in collaborazione con il Servizio nazionale Tutela minori della CEI. L’evento ha riunito esperti di teologia, psicologia, diritto e educazione per analizzare come la Chiesa possa tutelare i più vulnerabili, partendo da un approccio a 360°.
Il significato profondo della vocazione presbiterale
Il relatore ha sottolineato che la gioia della vocazione nasce dall’essere discepoli del Signore un chiamato che si realizza nella consapevolezza di essere salvati da Cristo. La Lettera di Leone XIV ricorda che i sacerdoti del Nuovo Testamento, pur esercitando il ministero di padre e maestro, rimangono fratelli nella stessa carne battesimale. Questa prospettiva radicata nella comunione impedisce che la gioia diventi frutto di gratificazioni temporanee, mantenendo il prete ancorato al mistero pasquale di passione, morte e risurrezione.
Il discorso ha evidenziato che la gioia autentica non può essere scardinata dalle difficoltà del ministero: «nella sofferenza il cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Giovanni 16,22). Si è illustrato, con esempi personali, come momenti di confessione, omelia o malattia abbiano consolidato una resistenza interiore, una sorta di tolleranza che permette al sacerdote di attraversare le notti spirituali senza perdere la speranza dell’alba.
Strategie di prevenzione: il convegno di Milano
Il rettore Elena Beccalli ha aperto la giornata definendo il tema della protezione come complesso, doloroso e delicato. Sono state illustrate le diverse articolazioni operative: le linee guida del 2019 i Servizi di ascolto, le Consulte e le équipe interdisciplinari. Il presidio di Chiara Griffini presidente del Servizio nazionale Tutela minori, ha diviso la prevenzione in tre livelli: primaria (coinvolgimento di tutte le realtà ecclesiali), secondaria (prassi operative degli operatori, prossima Carta etica) e terziaria (ascolto e accompagnamento delle vittime).
Le tre forme di prevenzione in pratica
Nel dettaglio, la prevenzione primaria prevede corsi di formazione per sacerdoti, diaconi e animatori, mentre la seconda fase mira a codificare comportamenti etici attraverso una Carta etica da approvare entro l’anno. La terza, più sensibile, organizza gruppi di accompagnamento spirituale per le vittime e le loro famiglie, garantendo un sostegno psicologico che integri l’aiuto pastorale.
Il ruolo delle diocesi lombarde
Don Tarcisio Bove, coordinatore regionale, ha mostrato come le diocesi lombarde abbiano organizzato incontri sia in presenza che online, creando una rete capillare di formazione e ascolto. Nicoletta Pirovano ha evidenziato la necessità di includere nella formazione anche l’uso consapevole dei social media, ritenuto un “campo di vulnerabilità” che la Chiesa non può delegare a famiglie e scuole. Infine, monsinor Gianluca Marchetti ha sottolineato l’importanza di strumenti di valutazione per misurare l’efficacia dei protocolli e adeguare le pratiche in base al contesto locale.
Il pomeriggio ha visto la partecipazione di rappresentanti di Azione Cattolica, FOM, AGESCI e delle scuole cattoliche, mentre la tavola rotonda, moderata da Claudia Mazzucato, ha raccolto le osservazioni di psicologi, pedagogisti, penalisti e teologi. La chiusura è stata affidata a monsignor Claudio Giuliodori, che ha rimarcato la responsabilità collettiva di una Chiesa che, pur custodendo la propria tradizione, deve guardare al futuro con fedeltà e con un impegno concreto per la tutela dei più deboli.



