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10 Agosto 2026

Disagio psicologico: perché gli uomini faticano a rivolgersi agli specialisti

I dati dell'Ars 2026 rivelano una differenza significativa tra uomini e donne nell'accesso ai servizi di salute mentale. Scopriamo le ragioni e le conseguenze di questa disparità.

Disagio psicologico: perché gli uomini faticano a rivolgersi agli specialisti

In un’epoca in cui la consapevolezza del benessere psicologico è in costante crescita, emerge un dato preoccupante: gli uomini tendono a chiedere aiuto per il proprio disagio interiore molto più tardi rispetto alle donne. Questo ritardo può avere conseguenze gravi, come dimostrano i dati raccolti dall’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana nel 2026.

Maria Antonietta Gulino, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana e del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, sottolinea come questa differenza non rifletta necessariamente una maggiore sofferenza negli uomini, ma piuttosto una difficoltà nel riconoscere e affrontare precocemente le difficoltà psicologiche.

Dati allarmanti sulla salute mentale maschile

Secondo il rapporto “Welfare e salute in Toscana 2026”, le donne in terapia con antidepressivi sono il 10,9%, quasi il doppio rispetto al 5,7% degli uomini. Questo dato non indica che gli uomini soffrano meno, ma che spesso il disagio viene riconosciuto e affrontato in una fase più avanzata.

Un altro aspetto preoccupante riguarda i ricoveri per cause psichiatriche. Nella fascia d’età 0-19 anni, il tasso di ricoveri tra i maschi è di 92,8 ogni 10.000 abitanti, contro i 52,9 tra le femmine. Questo divario non solo riflette un accesso più tardivo alle cure, ma anche un modo diverso di manifestare il disagio: nei ragazzi prevalgono le espressioni esternalizzanti, come condotte problematiche e discontrollo, che più spesso sfociano nel ricovero.

Il costo del silenzio

Il dato più allarmante riguarda la mortalità. In Toscana, il 76% dei suicidi riguarda gli uomini, con una prevalenza maschile confermata in tutte le fasce d’età e con metodi mediamente più letali. “È il dato che pesa di più”, osserva Gulino, “perché ci dice che il silenzio, quando si prolunga, ha un costo altissimo. Molti uomini arrivano al punto di rottura senza aver mai chiesto aiuto.”

Le radici culturali del problema

Fin dall’adolescenza, molti ragazzi ricevono messaggi culturali che associano l’espressione delle emozioni alla debolezza. In diversi contesti, dal lavoro allo sport, parlare di ansia, tristezza o vulnerabilità può essere ancora percepito come qualcosa da nascondere. Questo rende più difficile chiedere aiuto e rischia di isolare le persone proprio nel momento in cui avrebbero bisogno di sostegno.

“Dobbiamo promuovere una cultura dell’ascolto in cui riconoscere una difficoltà non sia vissuto come un fallimento personale”, conclude Gulino. “Il benessere psicologico riguarda tutti, uomini e donne, e chiedere aiuto quando emerge un disagio è un atto di responsabilità verso sé stessi e verso le proprie relazioni.”

La situazione in Italia

In Italia, ogni emergenza collettiva finisce per diventare un capitolo di bilancio. La salute mentale non fa eccezione. Se qualcosa scricchiola, la ricerca di una risposta è sempre la stessa: più fondi, più organici, un decreto. Ma sulla salute mentale la vera emergenza di questo Paese è un’altra: non quanto si investe, ma come si cura.

Nel 2026 i servizi hanno assistito 845.516 persone, con oltre 636mila accessi al pronto soccorso psichiatrico e appena 75,2 euro pro capite di spesa. Il personale è cresciuto da 29.114 a 33.142 unità, ma mancano ancora 7.500 professionisti rispetto allo standard. E l’assistenza varia da Regione a Regione: da 119 utenti ogni 10mila abitanti nelle Marche a 447 in Liguria.

La piaga più ignorata

Il quadro più drammatico è sui minori: un adolescente su sette presenta segni riconducibili a un disturbo psichico, quasi un milione di ragazzi. In dieci anni sono raddoppiati gli utenti della neuropsichiatria infantile, oggi oltre 600mila, ma alcune Regioni coprono il 9% dei minori, altre meno del 4%. Al compimento dei 18 anni la presa in carico si interrompe bruscamente, proprio quando il rischio di abbandono è più alto.

Il carico sulla famiglia

Quando il sistema pubblico non regge, il vuoto lo riempie la famiglia. In Italia sono almeno 600mila le persone con disturbi psichiatrici gravi affidate ai propri cari, senza sollievo né formazione. Nella teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann, famiglia e sanità sono sistemi autonomi ma strutturalmente interdipendenti: quando uno dei due cede, l’urto si scarica sull’altro, e la famiglia diventa l’ultimo ammortizzatore di un fallimento pubblico.

Ridisegnare, non rattoppare

La questione è anche sociale: famiglie più isolate, pressione digitale e scolastica precoce, stigma che ritarda la richiesta d’aiuto. Servirebbe un assetto diverso: servizi integrati, prevenzione dai 3 ai 5 anni, transizione programmata tra cura minorile e adulta, standard uniformi sul territorio, sostegno ai caregiver. Il Piano nazionale 2026-2030 va in questa direzione, ma il rischio resta: scrivere “più risorse” credendo di aver risolto la questione del “come”.

Uno Stato che lascia un adolescente su sette (e le famiglie che li reggono) senza risposta non ha un problema di ragioneria. Ha un problema di civiltà.

Autore

Beatrice Bonaventura

Beatrice Bonaventura ricorda la decisione di lasciare le passerelle di Firenze dopo un servizio su sartorie locali; da allora guida scelte stilistiche pratiche per lettori. In redazione propone palette sobrie e mantiene un archivio personale di tagli e cartamodelli d’epoca.