Negli ultimi mesi le strade di Parigi, Milano, Torino e altre città hanno visto giovani in manifestazione contro la carenza di insegnanti, il caro vita e la mancanza di opportunità. L’ondata è iniziata a metà settembre in Francia, al liceo Saint-Exupéry di Créteil, per poi propagarsi in Italia a ottobre con occupazioni di licei come Regina Margherita e Carlo Ignazio Giulio a Torino. Le immagini dei cortei, dei picchetti e, talvolta, degli scontri, sono state amplificate da TikTok, Instagram e Snapchat, trasformando un problema locale in un fenomeno nazionale.
Dal liceo francese alle piazze italiane: il giro di vite delle proteste
Il movimento francese ha rapidamente coinvolto più di 500 istituti, con blocchi e occupazioni che hanno attirato l’attenzione di media e policy maker. In Italia, il 5 ottobre si è verificata la prima occupazione significativa a Torino, seguita da altre scuole a Roma, Napoli e Genova. Il culmine è stato lo sciopero nazionale del 16 ottobre, che ha paralizzato numerose lezioni. Il giorno successivo, a Milano, il corteo pacifico si è trasformato in scontri: 271 persone sono state fermate, di cui 220 minorenni, alcuni anche di 11 anni, e sessanta di loro erano stranieri.
Le dinamiche psicologiche dietro la rabbia giovanile
Secondo lo psicologo Michele Mezzanotte, la generazione sotto i 25 anni è la più colpita da disoccupazione (20 %) e da un sistema educativo trascurato (l’Italia investe solo il 4 % del PIL in istruzione). Questi fattori hanno creato una rabbia diffusa che trova espressione nelle proteste. Mezzanotte sottolinea come il passaggio dall’”io” al “noi” sia terapeutico: condividere il dolore in una rete di relazioni permette di contenerne l’impulso distruttivo. Ignorare queste emozioni equivale a farle crescere fino a trasformarsi in comportamenti violenti.
Il passaggio dall’io al noi
In aula e negli spazi di aggregazione, i giovani mostrano una sensibilità sociale mai vista prima. L’appartenenza a un gruppo attivo dà loro identità sociale e rinforza l’autostima. La protesta, quindi, diventa non solo un atto politico ma anche un modo per curare l’ansia collettiva, trasformando la frustrazione in azione condivisa.
Quando la protesta diventa violenta
Mezzanotte richiama l’inconscio collettivo di Carl Jung per spiegare che la stessa emozione può sfociare in forme diverse: alcuni la canalizzano in parole o arte, altri in violenza. Il limite è raggiunto quando lo sfogo smette di essere rispettoso e diventa disumano. In questi casi, la punizione tradizionale non è più efficace; è più utile la responsabilizzazione supportata da una rete di psicologi, educatori e operatori sociali.
Risposte istituzionali e nuove norme sulla sicurezza
Il 20 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge in otto articoli che introduce il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” e inasprisce il fermo preventivo, soprattutto per i minorenni. La norma mira a contrastare l’uso di armi improvvisate, bastoni o oggetti lanciati durante i cortei. Parallelamente, le forze dell’ordine sono chiamate a potenziare la formazione psicologica: la consapevolezza emotiva è ritenuta fondamentale per gestire situazioni in cui l’aggressività può contagiare gli operatori stessi.
Le nuove misure legislative, però, dovranno essere accompagnate da interventi di supporto emotivo per evitare che la frustrazione si traduca in violenza.



