Nel periodo che va dal 2001 al 2026 la psicologia dell’emergenza in Italia ha maturato una vera e propria identità professionale. Il lavoro di ricostruzione dopo terremoti, alluvioni o conflitti ha mostrato che rimuovere le macerie e ricostruire le infrastrutture non basta: è necessario anche curare le ferite emotive delle persone coinvolte.
Parallelamente, l’Unione Europea ha introdotto nuove raccomandazioni per rendere i cittadini autosufficienti nelle prime 72 ore di qualsiasi emergenza. Tra le misure proposte, i kit di emergenza diventano un elemento fondamentale, insieme a programmi di formazione scolastica e a piani di evacuazione inclusivi.
Nascita e sviluppo dell’Unità di ricerca in Psicologia dell’emergenza
Nel 2001 Fabio Sbattella fondò il primo nucleo di ricerca dedicato alla psicologia dell’emergenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore; l’unità fu formalmente istituita nel 2006. In poco più di venticinque anni ha coinvolto psicologi, volontari e autorità per fornire supporto psicologico in contesti di crisi, creando una rete nazionale capace di intervenire sia sul territorio che all’estero.
Le prime missioni internazionali
Tra le prime operazioni spiccano gli interventi in Kosovo (2002), in Albania dopo il sisma del novembre 2019 e in Russia per l’attentato al teatro di Dubrovka dello stesso anno. In ciascuna di queste situazioni i professionisti italiani hanno collaborato con colleghi locali, creando nuclei operativi temporanei a Durazzo, Tirana e Mosca.
Integrazione nella Protezione civile e ruolo della SPE
Grazie a un percorso di riconoscimento, gli psicologi dell’emergenza sono riusciti a inserirsi nella struttura tradizionalmente tecnica della Protezione civile. Dal 2008 la Squadra Psicosociale per le Emergenze (SPE), co-fondata da Sbattella, opera come volontariato integrato, offrendo anche un servizio telefonico di ascolto durante la pandemia di Covid-19.
Applicazioni recenti: crisi ucraina e progetti comunitari
Dal 2022 i professionisti hanno supportato i profughi ucraini e le famiglie italiane ospitanti, creando gruppi di parola e percorsi formativi per facilitare l’integrazione. L’esperienza ha confermato che lo psicologo dell’emergenza non è un “salvatore”, ma un facilitatore che riconosce le risorse presenti nelle comunità.
Lezioni apprese sul campo
Le testimonianze di Marzia Molteni (tendopoli dell’Aquila, 2009) e Marilena Tettamanzi (tsunami dello Sri Lanka, 2004) evidenziano che l’intervento più efficace consiste nell’attivare azioni terapeutiche di base (Basic Therapeutic Actions) che rafforzano il legame tra individuo, collettivo e istituzioni.
Le nuove direttive UE sui kit di emergenza
Nel novembre 2026 la Commissione Europea, attraverso la commissaria Hadja Lahbib, ha pubblicato quattro linee guida mirate alla autosufficienza di 72 ore. Il cuore della proposta è la creazione di kit di emergenza – zaini contenenti acqua, cibo, medicinali e strumenti di primo soccorso – da tenere pronti in casa.
Formazione scolastica e inclusività
Le raccomandazioni prevedono l’inserimento di moduli pratici nei curricula scolastici, così che anche i più piccoli apprendano le procedure da seguire quando suonano le sirene. Inoltre, i piani di evacuazione dovranno tenere conto delle esigenze delle persone con disabilità, garantendo avvisi e percorsi accessibili.
Il percorso di quasi tre decadi della psicologia dell’emergenza italiana dimostra come la dimensione emotiva sia ormai parte integrante della risposta alle catastrofi, mentre le recenti indicazioni europee forniscono gli strumenti materiali per affrontare i primi giorni di crisi. Insieme, competenze psicologiche e preparazione pratica rappresentano il binomio indispensabile per una società più resiliente.



